Parrocchia San Giuseppe Carpi

Pensare città con l’anima

Don Carlo Bellini
Dal 22 al 25 settembre si è svolta a Wrocław, in Polonia, la Placemaking Week Europe 2026, il festival internazionale che ogni anno riunisce oltre settecento tra urbanisti, amministratori e animatori di comunità impegnati a rendere gli spazi pubblici più accoglienti e capaci di generare legami. Il placemaking è un approccio alla progettazione urbana che non parte dal disegno dell’architetto, ma dall’ascolto di come le persone vivono realmente un luogo.
La scelta della sede non è casuale. Wrocław, l’antica Breslavia, capitale della Bassa Slesia, è stata quasi interamente ricostruita dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale da popolazioni giunte da tutta la regione, e negli ultimi anni ha accolto oltre duecentomila profughi ucraini: una città che ha dovuto imparare più volte a fare comunità partendo da zero. L’edizione 2026, la prima ospitata nell’Europa centro-orientale, si è articolata attorno a quattro grandi ambiti tematici: costruire appartenenza e contrastare la solitudine attraverso lo spazio pubblico; la co-creazione dei luoghi insieme a cittadini, enti e associazioni; la città come “sandbox”, ovvero il coraggio di sperimentare con interventi leggeri e temporanei prima delle scelte definitive; e infine la resilienza delle comunità di fronte alle crisi climatiche, sanitarie o sociali.
Giovedì 24 settembre, in una sessione sul costruire appartenenza abbiamo presentato il progetto di rigenerazione urbana realizzato sul sagrato della nostra chiesa di san Giuseppe Artigiano. La nostra delegazione era costituita dall’architetto e urban designer Stefania Campioli, da Marco Iori, UX designer, e dal parroco don Carlo Bellini. Abbiamo raccontato il lavoro condotto in parrocchia che aveva lo scopo di ripensare il sagrato come piccola piazza di quartiere. In pratica abbiamo ripercorso la fase di ascolto di come il sagrato veniva effettivamente vissuto dai parrocchiani e dal quartiere, la definizione condivisa di ciò che sarebbe stato bello migliorare, la generazione di soluzioni insieme alla comunità e infine la realizzazione in gran parte col contributo pratico dei parrocchiani. La nostra sessione riuniva esperienze provenienti anche da Turchia, Scozia, Polonia e Messico, e ci ha permesso di confrontare le difficoltà incontrate lungo il percorso e le strategie adottate per superarle, con la consapevolezza condivisa che nessun progetto partecipativo si svolge mai esattamente come previsto.
Nei giorni del festival abbiamo potuto seguire presentazioni su tanti temi e frequentare tavoli di riflessione. Tra questi un laboratorio che esplorava come gli adolescenti vivono lo spazio pubblico in quattro contesti diversi: India, Polonia, Messico ed Egitto. Attraverso mappe dell’empatia e la conoscenza di storie reali di ragazzi, i partecipanti hanno provato a immedesimarsi nei bisogni e nelle emozioni dei ragazzi in ciascuna di quelle realtà, scoprendo domande di appartenenza sorprendentemente simili al di là delle distanze geografiche e culturali. L’obiettivo dichiarato non era arrivare a soluzioni pronte, ma imparare a distinguere quali fossero le domande giuste da porsi. È apparso chiaro che pensare i luoghi a partire dal vissuto degli adolescenti (e anche dai bambini, tema di un altro laboratorio) è una delle prospettive più feconde.
Una delle sessioni più interessanti si chiedeva come favorire nelle città la dimensione spirituale (il titolo originale era: “Moving Beyond the City as a Machine: Reframing City-Making as a Moral and Spiritual Process”). In pratica siamo stati invitati a pensare al progetto di una città non solo come a un’operazione tecnica, ma come a un processo che coinvolge valori, relazioni, responsabilità condivisa verso gli altri e apertura al trascendente. Al centro della conversazione, nata a partire dal podcast “Cities for the Soul”, l’idea che chi progetta i luoghi possa diventare non solo costruttore, ma anche “rivelatore” di ciò che un luogo già custodisce: storie, relazioni, sapienza accumulata nel tempo e che tutto questo possa essere condiviso.
Torniamo da Wrocław con la conferma che un piccolo sagrato di quartiere può dialogare con le grandi domande che oggi attraversano le città del mondo e che esistono strumenti e persone per pensare il futuro con positività e entusiasmo.

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